venerdì 31 dicembre 2010

Un bilancio di pagine e biglietti del cinema: ciao 2010!



Bilancio del 2010. Non che io creda nella cazzatissima che la vita si divida davvero in anni, mesi e settimane: la vita è così suddivisa solo per certe cose. Per le partite dell'Inter, è suddivisa in settimane. Per il conto corrente è divisa in mesi, finchè vai a scuola la vita si conta e si valuta in anni ( non solari per altro). Io quindi credo poco alla cazzata che un anno vada valutato al 31 dicembre. Come se il primo gennaio si cambiasse realmente registro come fa mio padre in negozio. 
Considerando che almeno per vivere di tasse non dobbiamo pagarne, direi che non c’entra un granchè la solarità dell’anno con quello che si succede. 

Ma se devo fare due conti, giusto per chiudere l’agenda e metterla nella cassapanca, direi che l’anno 2010 si prende un 6/7. La sufficienza più qualcosina, anche se come voto quello barrato mi è sempre stato sulle palle anche quando andavo a scuola. E siccome il 2010 un po’ sulle palle mi è stato, beh, questa cara annata si porti a casa sto voto sanza infamia e sanza lode (non lo mando a quel paese, perchè la vita insegna che potrebbe sempre andare peggio).

E visto ci ho rimesso due settimane e mezzo di ferie (chiamiamole così, valà) per un soggiorno in ospedale causa asma, qualche giorno per colpa di un incidente, una settimana “a metà” a causa di un herpes oculare, una macchina intera intera, qualche punto e un po’ di cervello, beh, ecco qualche numero. Non metterò cifre di denaro (tanto ne ho sperperati di peggio), ma i numeri e i nomi dei libri e dei film visti al cinema, due amori che ho riscoperto nel 2010 e che lo hanno reso meno fastidioso di ciò che è stato.

LIBRI LETTI:
1. Messi a 90 – Cosimo Argentina e Fiorenzo Baini (Divertente, originale, diverso: 7.5)
2. Memorie del sottosuolo – Fedor Dostojiesky (Introspettivo, triste, come sempre: 8)
3. Il più mancino dei tiri – Edmondo Berselli (Sociologico, sportivo, da mangiare: 8)
4. Compagno di sbronze – Charles Bukowski (Cattivo e sensibile: 9)
5. Sulle regole – Gherardo Colombo (Preciso:6.5)
6. Leggere – Corrado Augias (Sottotono ma stimolante al punto giusto: 6.5)
7. Socrate e compagnia bella – Luciano de Crescenzo (Divertente: 6.5)
8. I pilastri della terra – Ken Follet (Unico e inimitabile: 10)
9. Interismi – Beppe Severgnini (Mio e solo mio: 7)
10. Novecento – Alessandro Baricco (Veloce, a tratti commovente, ma non troppo: 6.5)
11. Della vita di Alfredo - Paola Cereda (Anche questo mio, tremendamente mio: 8)
12. Vicolo dell’acciaio – Cosimo Argentina (Vero: 7.5)
13. Berlusconi spiegato ai posteri – Beppe Severgnini (Esilarante: 7.5)
14. Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare (A volte sorprendente, a volte no: 7)

LIBRI IN CORSO DI LETTURA
1. L’importante è perdere: spettacolare e sorprendente
2. Cent’anni di solitudine: una sfida personale. Odioso.
3. Il cavallo rosso: qualche chilo di troppo, per ora.


LIBRI CHE HO LASCIATO AMARAMENTE A META’ (o anche prima)
1. Perché mentiamo con gli occhi e ci vergogniamo con i piedi (stancante, sempre uguale)
2. L’enigma del solitario (incomprensibile)
3. Trent’anni e una chiacchierata con papà (per le pagine iniziali: senza forza)

Li riprenderò in mano? Bah, chi può dirlo…

FILM VISTI
1. Benvenuti al Sud (Geniale, commovente: 9)
2. Maschi contro femmine (una bella cazzata per farsi due risate: 6.5)
3. Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni (differente da ogni cosa esistente: 8)
4. La banda dei babbi Natale (semplice, natalizio: 7)


VITTORIE
1. Andare a Madrid con mio papà e decidere che qualora l’Inter dovesse finire ancora in finale…beh, sto giro vi do io i soldi che ho speso, ma ci andate voi mentre io me la guardo a casa…
2. Ho vinto contro l’eruzione di un vulcano islandese
3. Vedere una partita di volley serie A1 maschile con l’accredito
4. Essere ancora capace di vendere una bottiglia di vino
5. Regalare ai miei amici la mia fatica (Vita da…)

giovedì 30 dicembre 2010

“Compagno di sbronze”: dissacrante, divertente e più profondo delle parolacce in superficie



Detto che a mio avviso la “parolaccia” come concetto non esiste più. Verrebbe da dire, per fortuna. Qualche bacchettone o amante del bon ton potrebbe dissentire, forse, ma di fatto è meglio una parolaccia detta sul muso che mille belle parole dette per finta. Detto questo, Charles Bukowski l’aveva capito già da tempo. E nei suoi scritti ci sono episodi tanto feroci quanto nitidi. Senza quel torbido che spesso abbraccia chi ha paura di scrivere quella o questa parola. Bene, Bukowski è nella sua raccolta di racconti dissacrante, eccessivo, a volte pesante sull’anima. Ma è unico. Io non ho mai letto niente di simile. E vi assicuro che leggere una bestemmia non è come sentirla. Leggendola la si sente cento e mille volte con tutto il fastidio che un credente medio può provare. Nei suoi scritti c’è tutto il fastidio dell’autore che non è riuscito a vivere del lavoro di scrittore ma ha vagato spesso senza meta e con la delusione che si può provare nel non poter fare ciò che si ama davvero. I racconti raccolti in “Compagno di sbronze” si intitolano: 1) La macchina strizzafegato, 2)Tre polli, 3) Dieci seghe, 4)Tutti grandi scrittori, 5) La politica è come cercare di inculare un gatto, 6) La mia mamma culona, 7) Il demonio, 8) L’assassinio di Ramon Vasquez, 9) Un compagno di sbronze, 10) La barba bianca, 11) Scene della grande stagione, 12) Gabbia di matti appena fuori di Hollywood, 13) Ma voi consigliereste la carriera di scrittore?, 14) I grandi poeti muoiono in pitali di merda fumante, 15) Una città malefica, 16) Un dollaro e venti centesimi, 17) Senza calzini, 18) Birra e poeti e chiacchiere, 19) Una pioggia di donne, 20) Appunti di un suicida potenziale.
Se non avete voglia di leggerveli tutti non potete perdere: Tre polli (da morir dal ridere), L’assassinio di Ramon Vesquez (cattivo: un film), Un dollaro e venti centesimi (commovente come nient’altro), La politica è come cercare di inculare un gatto (attuale).
Avvertenza: Bukowski vi dà un pugno allo stomaco. Per come scrive, per le paorle che usa, per quel che racconta, per la sua strafottenza, per il suo essere dissacrante al 100%. Bukowski, una volta arrivati alla fine di una sua opera, non vi lascerà più. Lo ritroverete nella vita di tutti i giorni quando capirete chela realtà è quella che racconta lui e non quella degli “Harmony” (per fortuna, in certi casi).

Per la foto: digilander

martedì 28 dicembre 2010

Curiosità, Lo sapevate che? : come è nato il nome dei mitici "All Blacks"



Lo sapevate che a dare il nome alla più forte squadra di rugby del Mondo fu il Daily Mail del 12 ottobre 1905? E lo sapevate che la motivazione di tale “soprannome” è controversa?
Il giornale quel giorno diceva: “Sessantatrè punti a zero a una delle più forti selezioni del Nord, l’Hartpool club: non ci sono parole per illustrare la bravura degli All Blacks”. Il giornalista era John Butterfly, ignaro in quel momento di consegnare la definizione alla storia. Pare che il termine fosse stato usato anche in passato da altre testate giornalistiche. Ma potrebbe essere anche che si sia trattato di un errore. Che Butterfly avesse voluto scrivere “All Backs”. Secondo questa versione tramandata di padre in figlio, il giornalista avrebbe scritto la parola senza la “l”, volendo intendere con questo che la squadra neozelandese era una compagine tanto veloce da essere composta da soli tre quarti, “backs” appunto. Una volta arrivato in tipografia, qualcuno pensò all’errore. E fu allora che fu eseguita la correzione in “All blacks”: “tutti neri”, in virtù del fatto che gli inglese pensavano che i neozelandesi fossero una popolazione di pelle scura (siamo nel 1905: no television grazie!). L’ignaro tipografo – se le cose sono andate veramente così – diede il nome ad una squadra che era già epica…

Dal libro: “L’importante è perdere” di Nicola Roggero

Per la foto: wikimedia

lunedì 27 dicembre 2010

In Pillole: Fabrizio, non rivoltarti nella tomba, ma.....



Fa un po’ effetto, ma se leggete tutta la canzone “Il gorilla” di Fabrizio De Andrè vi accorgerete che potrebbe diventare l’inno di Silvio Berlusconi. Sicuramente il cantautore genovese si sta rivoltando nella bara, ma questo è solo per dirvi…come cambiano i tempi e come certe volte la storia e le vicende che viviamo quotidianamente siano solo uno strumento nelle nostre mani. 



Sulla piazza d'una città
la gente guardava con ammirazione
un gorilla portato là
dagli zingari di un baraccone


con poco senso del pudore
le comari di quel rione
contemplavano lo scimmione
non dico dove non dico come


attenti al gorilla !


d'improvviso la grossa gabbia
dove viveva l'animale
s'aprì di schianto non so perché
forse l'avevano chiusa male


la bestia uscendo fuori di là
disse: "quest'oggi me la levo"
parlava della verginità
di cui ancora viveva schiavo


attenti al gorilla !


il padrone si mise a urlare
" il mio gorilla , fate attenzione"
non ha veduto mai una scimmia
potrebbe fare confusione


tutti i presenti a questo punto
fuggirono in ogni direzione
anche le donne dimostrando
la differenza fra idea e azione


attenti al gorilla !


tutta la gente corre di fretta
di qui e di là con grande foga
si attardano solo una vecchietta
e un giovane giudice con la toga


visto che gli altri avevan squagliato
il quadrumane accelerò
e sulla vecchia e sul magistrato
con quattro salti si portò


attenti al gorilla !


bah , sospirò pensando la vecchia
ch'io fossi ancora desiderata
sarebbe cosa alquanto strana
e più che altro non sperata


che mi si prenda per una scimmia
pensava il giudice col fiato corto
non è possibile, questo è sicuro
il seguito prova che aveva torto


attenti al gorilla !


se qualcuno di voi dovesse
costretto con le spalle al muro ,
violare un giudice od una vecchia
della sua scelta sarei sicuro


ma si dà il caso che il gorilla
considerato un grandioso fusto
da chi l'ha provato però non brilla
né per lo spirito né per il gusto


attenti al gorilla !


infatti lui, sdegnando la vecchia
si dirige sul magistrato
lo acchiappa forte per un'orecchia
e lo trascina in mezzo ad un prato
quello che avvenne fra l'erba alta


non posso dirlo per intero
ma lo spettacolo fu avvincente
e lo "suspence" ci fu davvero


attenti al gorilla !


dirò soltanto che sul più bello
dello spiacevole e cupo dramma
piangeva il giudice come un vitello
negli intervalli gridava mamma


gridava mamma come quel tale
cui il giorno prima come ad un pollo
con una sentenza un po' originale
aveva fatto tagliare il collo.


attenti al gorilla !


Pr la foto: flickr

domenica 26 dicembre 2010

Vicolo dell'acciaio: la microstoria di un grande problema



Se non hai provato i turni pesanti in un’acciaieria, i turni da prima linea, non hai diritto di parlare. Solo quelli che si lordano possono dire la loro. Io li vedo ogni giorno Lilli, ogni santo giorno li vedo. Cristiani com’a me…mi stanno morendo intorno e io è quella là la strada che m’attocca…”. Cosimo Argentina – scrittore di origini pugliesi residente a Meda - racconta in un romanzo industriale la vita dei tarantini di via Calabria. Focalizza l’attenzione su una vita normale, di uno studente di giurisprudenza: uno di quelli che oggigiorno ce ne sono tanti. Che iniziano a studiare per un futuro migliore promesso dalla scuola e che vorrebbe tutti i ventenni d’Italia all’ università. La famiglia di Mino è composta da una madre timida e un padre, un “uomo da muro”, tutto azienda, barba, caffè e birretta che vive nella consapevolezza che il suo destino è quello di morire di lavoro. Si può morire per una malattia da lavoro, oppure sotto una pressa in un qualsiasi incidente. Ebbene, in questo romanzo si narra della storia di questa via, tanto che i personaggi, oltre ad avere un nome proprio, hanno anche l’etichetta: “Quello è un via Calabria. Quello è un via Polibio”. Quasi si trattasse di un marchio di fabbrica. La denuncia – perché di questo si tratta – riguarda quindi tutta la vita sommersa di chi per garantirsi un futuro (e anche un presente) deve mettere in conto che un incidente sul lavoro “può capitare” e che “son cose che succedono”: teatro della storia è quindi la sua Taranto e, più precisamente, l’Ilva, azienda fondamentale per l’economia della città pugliese. Il tutto, sfruttando la capacità di Argentina di descrivere la scena, i personaggi, di renderli perfetti per il ruolo che rivestono all’interno della storia e della vita di tutti i giorni. I personaggi di Argentina non sono inventati. Son presi dalla strada, così come la trama e le sensazioni che le pagine del libro emanano, grazie alla descrizione dei suoni e degli odori. Non manca una punta di pessimismo, anche se forse si tratta più che altro di realismo e di un’osservazione arguta e onesta della realtà. Sullo sfondo, quindi, una disillusione forte che potrebbe essere spazzata via, ma pian piano: con un vento leggero e continuo fatto del lavoro di operai, aziende e istituzioni che collaborano per una sicurezza vera e concreta. Per ora, c’è solo una convinzione: “La consapevolezza che niente, non abbiamo risolto niente anche perché in fondo non c’è niente da risolvere”.
Ma il lutto qua non lo senti come qualcosa di tenebroso. E’ una presenza incombente che preesiste alla tragedia. Il lutto esiste perché esistono gli schiavi”.
Dalla verità si cambiano le cose. Dall’illusione di poterle cambiare con un’associazione ambientalista per esempio, non si migliora nulla. Edizioni Fandango: Vicolo dell’acciaio.

La Banda dei Babbi Natale: un trama originale per tutti e bando alle inutili polemiche



La Banda dei Babbi Natale” è uscito nelle sale cinematografiche italiane il 17 dicembre e si candida ad essere uno dei film più visti nel periodo di feste. Non può prendere la denominazione di “Cinepanettone” riservato da sempre alle pellicole di Boldi e De Sica, ma vanta una comicità per una volta non coatta (che non vuol dire romana), a tratti demenziale sicuramente, ma con una trama originale, diversa e differente che da sempre coinvolge i tre strani amici di Gino& Michele. Sì perché, badate bene, Aldo, Giovanni e Giacomo sono in grado sempre e comunque di rendere la vita di tutti i giorni da grande schermo. Vi pare che qualcun altro potesse mettere come sfondo di un film un torneo memorial di bocce con un folto pubblico in tribuna rendendolo un momento da pay tv? Diciamocelo: questa capacità nel cinema italiano ce l’hanno solo loro. E anche questa volta ci sono riusciti benissimo. Ammetterò che le risate distruttive dell’apparato digerente non sono moltissime, ma sono tanti i sorrisi e i risolini, quelli che ti rimangono dopo il film. L’interpretazione di Baglio, Storti e Poretti rispecchia a tratti l’italiano medio dei giorni nostri nelle loro caricature peggiori, se vogliamo: un uomo con due famiglie a distanza di cento chilometri l’una dall’altra, un disoccupato pelandrone con il vizio della Tris e un uomo (vedovo) con un Superio ingombrante che non si lascia andare ad una vita nuova. In tutto questo spuntano ottimi attori: su tutti la Finocchiaro che finalmente si è levata di dosso il personaggio della femmina maschiaccio ricca di comicità per interpretare i panni di una donna ironica e non consuetudinaria. E poi c’è lei: Mara Maionchi, perfetta – come lei stessa ha dichiarato – per il ruolo di suocera che per quelle due scene che fa merita un plauso per la simpatia, l’autoironia e, perché no, le capacità di recitazione che non guastano.


E’ notizia del TGCOM che alcune associazioni animaliste si sarebbero arrabbiate per come vengono trattati gli animali in questa pellicola. Effettivamente ci sono scene in cui il veterinario Storti fa una puntura letale al cane di sua suocera e un’altra in cui lancia il cane ad altezza grattacielo e gli fa sparare.O ancora, al centro delle polemiche ci sta lo scimpanzè perchè messo al di fuori del suo ambiente naturale...

Ma ragazzi… perdonatemi, ma amare gli animali non significa portare il loro diritto al rispetto della dignità al pari dell’uomo: o quanto meno non significa cercare di dar loro più dignità dell’uomo. Capisco che certe scene per chi ha una sensibilità particolarmente spiccata possano far storcere il naso: ma si tratta di scene talmente esagerate e fuori dalla realtà che è impossibile arrabbiarsi. "Gli animali, purtroppo - denunciano gli animalisti al TGCOM- vengono ridicolizzati seppure in una pellicola di genere grottesco, e la loro presenza non è funzionale alla storia”. Ma se ci sono scene in cui i protagonisti fanno male agli animali, non si vede mai (MAI) la cattiveria, ma sempre un evidente demenza che fa parte del geere del film.

Nell’ordine si sarebbero potuti arrabbiare: il Governo, perché c’è un simpatico Aldo Baglio che si rovina giocando d’azzardo, mentre da sempre le istituzioni scoraggiano questo comportamento. Tutti i disoccupati d’Italia, perché Baglio un lavoro non lo vuole, ma preferisce fare il mantenuto facendo venire rabbia a chi un posto lo cerca davvero. L’associazione ANS (Associazione Nazionale Suocere), visto che per ben due volte i tre amici tentano di ammazzare la Maionchi. I medici italiani che Giacomo Poretti dipinge come vendicativi e antipatici. La Polizia di Stato perché il poliziotto che aiuta il comandante (interpretato dalla Finocchiaro) non sa l’italiano e in genere non ci capisce molto. Quindi, tutti avrebbero potuto risentirsi. Ma se nella pellicola è evidente lo scherzo e, perché no, lo scherno…beh, forse anche gli animali due risate possono farsele. 
Una risata, ragazzi miei, una risata…

Per la foto: vivacinema

venerdì 24 dicembre 2010

Documentorio Madrid, 22 maggio 2010: Buon Natale






Per Natale sto regalo ve lo faccio. Arrivate fino alla fine per comprendere. Una volta entrati al Bernabeu, si è svolta la sagra della stanchezza che ha lasciato il posto alla voglia di sentire il fischio iniziale. Poi, onestamente, ricordo solo che Milito ha fatto due gol, che se l’arbitro avesse voluto avrebbe potuto dare un fallo di mano in area se non erro di Maicon (peeeeeeeeeeeeeeeee!) e che Robben ha fatto un po’ trottare Kivu. Poi ricordo che Julio Cesar ha fatto cento rinvii, ma tutti laterali. Ne ha fatto uno centrale che è bastato: palla tra i piedi di Snejider, passaggio al Principe. Gol. Giuro che certe cose non le ho nitide. Non so perché. Sarà un riflesso incondizionato. Le canzoni salite dal basso senza un capocurva, la coreografia nostra bellissima (non l’ho vista, ci ero sotto), quella urenda del tedeschi, il loro cantare e muoversi a tempo. 

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Il mio vicino di seggiolino che gli avevano rubato tutto: soldi, portafoglio, documenti. Il triplice fischio e…Zanetti che alza la Coppa, Cambiasso con la maglia del Cipe, i giocatori in campo coi bimbi, Stankovic con la bandiera della Serbia sulle spalle, Mou che saluta, Thiago Motta che gioca con sua figlia. Lui indossa la maglia della salute. E chi non salta è rossonero. Mio papà che piange e io che lo filmo. Lui che, vedendo che lo filmo, piange ancora di più al pensiero che lo farò vedere a tutti e lui farà una figura di merda. Per il resto aggiungo qualche flash, sparso tra inizio, fine e nel mezzo: incapacità mia e di mio papà di trovare il chek-in (all’andata così come al ritorno), mio padre che non volendo fare strada a piedi ha deciso di mettere la macchina dove non si poteva raccogliendo alle sette della mattina del 23 maggio l’ennesima multa. Code ovunque: per salire sull’aereo, per scendere, per far colazione, il siciliano che arrivava da tre giorni di viaggio per questa partita (mai più lamentarsi), Benoit Cauet seduto dietro di noi (il che equivale a dire che ha visto la partita, piangendo, come un normale cristiano e non come ex calciatore: tanta roba), mio padre che aveva paura della folla, tutti che insultano il povero Pandev (rispetto per Goran), al gol di Milito mi alzo per esultare, mi risiedo e sulla gonna della laurea (portava fortuna che ci dovete fare?) mi si pianta una gomma americana fatta cadere da chissà quale anello, il tizio dietro di noi ha iniziato a piangere al 55’, fuori dallo stadio borseggiatori “marrani”, un italiano rincorre lo scippatore e gli dà un calcio nel culo, incontro l’assessore allo sport del comune di Meda, gli spagnoli che all’aeroporto non parlano nessuna lingua se non la loro, due ore di ritardo sull’aereo, io che dormo, mio padre che dal fondo del velivolo non ha voglia di alzarsi e mi urla “Ele, vai a prendermi l’acqua” (a casa sua proprio), il suo vicino (simile a Maurizio Mattioli) mi dice che al papà ci pensa lui. Di fatto si addormenta per primo, toglie le scarpe, allunga i piedi e li appoggia sulle gambe a mio padre. Le peggio magliette: quelle griffate FITGAR, MISURA, FIORUCCI, quella di Ibrahimovic (ma buttala no?), quella di Georgatos, quella di Favalli (Santo Subito). Torniamo a casa, albeggia, vado a letto. E chi non salta è rossonero. Siam Campioni d’Europa (e ora del Mondo: tiè).






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E forza Enzo, facci un gol....



Un saluto caro Enzo, da chi non sapeva nemmeno che faccia avessi. Sì. Io nell’82’ non c’ero, manco ero nei pensieri di nessuno. Eppure, di Enzo Bearzot sapevo tutto. Che era friulano. Che ha reso Mundial l’Italia. Che ha saputo aspettare Paolo Rossi. Che ha sbagliato a non andarsene dopo aver vinto. Che ha giocato a carte sull’aereo insieme a Zoff, Pertini e Causio. Che non parlava tanto. Che lo chiamavano vecio, come la grappa. Che ha allenato il Torino. Che inventò il “silenzio stampa”. Di Enzo Bearzot – escluso chi quegli anni li ha vissuti – non rimane il volto, non rimangono le sue rughe. Rimane Enzo e la sua Italia forte fortissima. Perché da buon allenatore ha lasciato le immagini-ricordo a Zoff con la Coppa tra le mani, all’urlo di Marco Tardelli. Da buon allenatore ha pensato ha deciso, ha vinto. Ha diretto la sua orchestra: e anche oggi noi abbiamo in mente i volti dei flautisti, dei violinisti e tutti gli altri. Ma Enzo, anche se ci dà le spalle, lo ricordiamo punto e basta: e non è cosa da poco. Fossi in lui, un sorriso dal cielo lo farei….facci un gol!

Per la foto: biografieonline

giovedì 23 dicembre 2010

Qualche riflessione con Babbo Natale: una letterina



Caro Babbo Natale, quest’anno, piuttosto che chiederti regali o quant’altro, volevo confrontarmi con te. Sulla bellezza e la bruttezza del Natale. Tralasciando per un attimo l’aspetto religioso (tanto lo tralasciamo tutti e tutti gli anni: tanto vale farlo adesso in questa lettera), il Natale è bello perché: perché è sinonimo di attesa, perché concentra in un paio di settimane il pensiero per gli altri, per i propri cari. E’ bello perché le musiche ti scaldano nonostante il freddo non ti risparmi. E’ bello perché tanta gente (non tutta) ti sorride e ti dice di salutare a casa. Ma, detto tra noi, Natale (sempre tralasciando che è nato Gesù, s’intende) è anche una gran cazzata. Cosa mai può voler dire “Buon Natale!”. Ma che augurio è? Di passare un giorno di festa e serenità, ho capito. Ma a che pro se il giorno dopo si torna allo stress e alla frenesia di sempre. A che pro se il 25 dicembre non tutti son felici e io sto sempre pronta a lamentarmi? A che pro, dico io? Poi, il culmine arriva con il buon anno. Ah beh, con il “buon anno” raggiungiamo livelli di demenza che neanche il peggio cartone animato d’oggi raggiunge. Tutti che brindano, tutti che preparano dolci e cibo gustoso per sperare che l’anno prossimo sia sempre migliore di quello appena passato. Ma, badateci, appena inizia (cioè intorno al 2 gennaio) siam già dietro a cristonare in turco come se fossimo al 21 di dicembre e già ci dimentichiamo di essere nel nuovo anno: e tutto ci sembra uguale (come d’altronde è…). Non tiro fuori che il Natale e tutto il resto son feste consumistiche, perché io al consumismo non ci credo per niente. Credo alle convenzioni che ogni tanto mi fanno incazzare. Come vedersi per la strada e chiedersi “Come stai”?. I casi sono due: o hai tempo di stare ad ascoltare gli affari miei, o evita di chiedermelo. L’80% delle persone che fa questa domanda non ascolta la risposta.

Conclusione: a Natale è nato Gesù. Caso mai che quest’anno me ne ricordo.

lunedì 20 dicembre 2010

Bavuso racconta: due righe dopo un pranzo in compagnia

Viaggio sperimentale di un giornalista professionista nella realtà romana e partenopea



Viaggiare sul Freccia Rossa da Milano a Roma e ritorno può diventare una vera impresa. Soprattutto se ad affrontare questo viaggio è un brianzolo doc che di Roma conosce appena i souvenir del Colosseo e gli unici romani che abbia mai conosciuto, tra l’altro indirettamente, sono stati Alberto Sordi e Carlo Verdone.
Ad un tipo del genere, a cui manca solo il simbolo della Padania impressa sulle chiappe, affrontare i pericoli sempre dietro l’angolo della Capitale non è un gioco da ragazzi.
Può capitare quindi, ed è capitato, che per affrontare un importante esame per diventare giornalista professionista, il nostro eroe si imbatta in un B&B gestito da ucraini che non vogliono essere nominati al telefono, e che passi una “notte prima degli esami” al riparo di un colpo di pistola esploso in un cortile con la paura che il tizio che dorme in una branda del sottoscala possa sempre decidere di volerlo aiutare di propria iniziativa.
Almeno non è mancata la colazione, troppo, forse, chiedere un caffelatte, ma certo non poteva mancare una nutriente brioche scaduta da un paio d’anni.
Per fortuna che l’esame è andato bene….epperò!.
Epperò le peregrinazioni per tornare nella rassicurante Brianza lo hanno prima portato alla stazione Centrale di Napoli dove, in un nottata poco allettante, il giornalista neo professionista che non sa leggere le corse verso l’Europa, ha dovuto farsi accompagnare dal ferroviere ad una pensione accreditata per evitare spiacevoli inconvenienti.
Sta di fatto che, alla fine, la Madonnina del Duomo col suo sguardo benigno ha potuto nuovamente accogliere il suo figliolo sperduto per l’italica giungla.

Evviva evviva Garibaldi, evviva evviva anche Cavour, ma lasciatemi gridare che a me mi piace il panetun.

IVAN BAVUSO

Per la foto: odealvino

"Vita da...": le recensioni /parla Lei: Cristina Tentorio


Cristina Tentorio recensisce "Vita da..". Ebbene sì. Anche lei ha deciso di fare questo grande passo. Laureata in scienze dell'educazione, ora lavora nell'azienda di famiglia, ma su tutto è una tizia che riesce a tenere in piedi centomila amicizie, che dà mille buche e che, soprattutto, dà milioni di spunti divertenti e unici. Ha una naturale inclinazione alla cazzata e alla gaffe. Che altro dire? La Tentorio è..la Tentorio: un'amica sincera, unica che ringrazio. Punto e basta.


Ho sempre immaginato la figura del giornalista come quella “… al posto giusto nel momento giusto”. Ecco… la Elena è proprio la mia giornalista ideale.
Vita da…” come ben si può intuire, non è un libro scritto a tavolino ma è una raccolta di attimi, battute, ricordi, gaffe e quant’altro. Tutto rigorosamente “genuino” come tale è l’autrice.
Per i lettori e per chi non lo sapesse, mio fratello Chicco tanto tempo fa, soprannominò la Sandrè, “Campagnola”; mi diverto sempre a sottolineare che Monza rispetto a Verano Brianza è una città e che “lì in campagna” invece, si guida il trattore e si vive ancora nei bar brulicanti di vecchietti aperitivizzati di prima mattina, di manifestazioni di paese e di eventi eccezionali come la morte di un vecchio sindaco.

Dal libro emergono spaccati di vita “campagnola” come mi piace chiamarla: la redazione, i consigli e i detti del grande Gianni e … lasciatemelo dire … un capitolo intero da “vita da bagno”… chi meglio della Campagnola potrebbe esprimere tali raffinati ed elevati argomenti!?
Non ci credevo o per lo meno, pensavo fosse davvero fantascienza… lei era sempre li, pronta a scrivere, anzi… ad imprimere l’attimo di una mia cazzata (e fidatevi… ne è pieno il libro!) di una battuta per niente scontata (bello questo Arezzo!) o di un avvenimento alquanto strano (…io passo la vita a fare l’hula hop e non in strada!). A tavola, nelle nostre mitiche cene tra donne che si raccontano la propria vita (tra una stellina e un’altra) al mare, la mitica Milano Marittima che ne ha viste tante, ma davvero tante (una rete insidiosa, una multa “bidonata”, ecc…), in macchina, la mitica pandina bianca che più di 100 km/h non raggiunge e le mitiche canzoni della Campa (ma dimmi tu cosa c’entra “Io lo so Signore” con Ambra Angiolini!).
Vita da” è pura memoria, il passato che ritorna presente e aiuta ad affrontare il futuro. È ritornare indietro con il pensiero, la risata pronta e quella semplicità quasi imbarazzante. È l’ombra di una figura che solo conoscendola dal vivo, alla luce del sole, si riesce ad apprezzare ed amare completamente, senza troppi convenevoli, senza troppa paura di dire o fare qualcosa di sbagliato… perché in ogni caso non c’è niente di giusto o di sbagliato ma è la vita, “Vita da…”.
Permettimi cara Campagnola di ringraziarti: “Vita da…” è e sarà il tuo tesoro, un pezzo importante quanto fondamentale della tua vita… e ormai è impresso, ogni volta ricordato. Io (ri)torno lì a quei momenti… me li ricordo come fossero ora, adesso. E non ricordo solo il momento in sé, ascolto le risate, sento la pelle d’oca che mi viene al suono delle mie cazzate, percepisco la nostra amicizia, quella vera.
Vita da…” non è un libro, è uno specchio. E non so cari i lettori, se sia sempre bello rivedermi sotto certe immagini… “Si, sono io la Tentorio!”… ma questa è la vita, no!?

domenica 19 dicembre 2010

Libertà sessuale e libertà di offendersi



Passi che non è una situazione di immensa cultura da liceo. Ma venerdì, mentre mi addormentavo ho guardato Pomeriggio 5. Mi addormentavo alle 17? Sì e mi son svegliata alle 7 della mattina dopo. Avevo bisogno. Che ci dovete fare?Ho guardato il programma della Barbara nazionale e mi sono imbattuta in un mix di ipocrisia “alla sinistroide” veramente penosa. Ospiti della puntata erano il buon Vladimir Luxuria, la vincitrice di miss Trans 2010 e Alessia Mancini: non la meravigliosa velina di fine anni ‘90 che poi ha trovato poca fortuna (se non quella di aver sposato Flavio Montruccio: il ragazzo bellissimo del GF 2), bensì la Miss che all’ultima edizione targata Mirigliani è stata additata da tutti come trans. Il discorso ha visto la partecipazione anche del parlamentare leghista Gianluca Buonanno e della giornalista showgirl che ha fatto per prima il nome della Mancini, Selvaggia Lucarelli.

L’incontro tra la Miss e la Lucarelli “non è stato un trabocchetto” ha detto la D’Urso: e ha chiesto esplicitamente alla Mancini se volva andarsene o se avesse voluto invece aprire un contraddittorio.

Da qui, una sola infinita di ragionamenti che sintetizzo:

Perché ti sei offesa? Manco ti avessero dato della ladra…” V.Luxuria
Se volevi togliere qualsiasi dubbio, bastava mostrare una foto di te da piccola o una carta d’identità”. S. Lucarelli
Vado nei programmi per farmi conoscere per quello che sono”. A.Mancini
Ho semplicemente fatto il nome che tutti sapevano, ma che nessuno ha osato dire per la paura di querele. Dovresti farmi un bel bonifico per la pubblicità che ti ho fatto”. S. Lucarelli
Chi è lei per venire a chiedere a mia figlia la carta d’identità, lai mi ha rovinato la vita”. Madre di A.Mancini
Non è vero che una madre ha la vita rovinata perché tutti additato la figlia come un trans”. V. Luxuria commentando la frase della madre della Miss incazzatissima e con le lacrime agli occhi presente tra il pubblico.
Alessia non deve mostrare la carta come se fosse una delinquente”. V. Lussuria

Passi che ognuno della vita sua, finchè non rompe le palle agli altri, fa quello che gli pare. Passi che a maggior ragione, uno è libero di vivere la propria sessualità come crede e nel modo che più gli aggrada. Passi anche però che la sessualità rimane un aspetto della vita tanto personale, quanto delicato.

Non c’è niente di male ad essere trans (che me ne frega a me?). Come non c’è niente di male, credo e spero, ad essere donna piuttosto che uomo. Ma se una persona donna viene additata come uomo magari perché ha qualche pelo in più, oppure ha un fisico mascolino e cose di questo tipo: ha per caso il diritto di offendersi? Di risentirsi? Spero di sì. Dare dell’uomo ad una donna non è reato, ma è offensivo: perchè è nel proprio genere umano (naturale o artificiale che sia) che si va bramando la propria felicità. Altrimenti non saremmo tutti alla ricerca spasmodica dell’anima gemella: una ricerca che al 99% è fata di ormoni e sensazioni e non di parole da talk show.

La libertà di tutti (che sia di opinione o che si tratti di libertà sessuale) passa anche per la libertà di sentimento. E se una persona non gradisce un epiteto, può sempre alzare la mano e dire: guardate che essere additata come una persona che è diventata donna dopo essere nata uomo, mi dà fastidio. Non mi piace. Ha ragione Luxuria quando dice che la ragazza non è obbligata a mostrare alcuna carta d’identità, perché non ha fatto niente di male. E’ altrettanto vero che se tale carta o qualche foto d’infanzia fossero state mostrate dopo due giorni, la Mancini oggi non andrebbe in nessun programma tv a dire la sua: forse a suo discapito, visto che si sta facendo conoscere per quello che è….(ma chi ti conosce anche, mi viene da dire?).

Se la libertà sessuale è un affare delicato, lo è per tutti: Selvaggia Lucarelli ha detto che fosse capitato a lei si sarebbe fatta delle risate (e che le cose importanti della vita sono altre). Ognuno ha il diritto di vivere e di offendersi come e quando vuole. Ha anche il diritto di ridere: ma deve rimanere, spero, una scelta personale. A meno che non decidiamo di ridere o piangere a seconda di cosa pensa la Lucarelli.
E, volendo, ci sono anche cose più importanti di cui parlare, se la mettiamo su questo piano.

Il gossip esiste e bisogna farci i conti se si vuole fare un certo mestiere. Ma dal passare al moralismo che vorrebbe evitare certi discorsi (persone che decidono liberamente di cambiare sesso, omosessualità e cose di questo tipo), a quello che vorrebbe equiparare la libertà di essere donna, uomo, trans (sacrosanta) a quella di indicare a proprio piacimento le persone con l’una o l’altra definizione. Onestamente non ci sto. O meglio: si può fare tutto. Anche querelare o offendersi, però. La sessualità è una cosa delicata e trattarla con cattiveria non fa onore a nessuno. In questo caso, tutti hanno trattato la questione a proprio favore: la Lucarelli per fare i suoi scoop, Luxuria per difendere la categoria, la Mancini per ribaltare una fallimentare partecipazione al concorso. Tutti senza delicatezza a mio avviso.

Per la foto di Mancini: leiweb
Per la foto della Lucarelli: flickr

sabato 18 dicembre 2010

Documentorio Madrid, 22 maggio: due ore infinite per il fischio di una vita

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Dopo un sonnellino (solo mio papà è riuscito a dormire perchè gli alstri interisti si sono solo svaccati senza pudore) ci siamo avvicinati allo stadio. 

















Abbastanza commovente l’aria di festa con i tedeschi che davanti ad una birra non hanno più nemici. 



Foto di rito, qualche canto timido (da parte nostra intendo) e voglia di entrare allo stadio. Paurosa (abbastanza) la paura dei poliziotti spagnoli, agitati all’inverosimile a mio avviso un po’ per niente. Tornelli inesistenti, lo stuart madrileno guarda interdetto mio padre con in mano il mio deodorante della CK (regalo) che pesa un chilo almeno e Gianni che mi chiede (mentre io ho già passato i controlli): “Eleeeeeee, cos’è sta cosa? Continua a chiedermelo ma non lo so. Non mi fanno passareeeee”. Vado in aiuto di sto pover uomo e lo stuart mi chiede nuovamente che oggetto sia quello: io, che non so come si dice deodorante in spagnolo, gli faccio il segno dello spruzzino sotto le ascelle. Lui capisce e mi dice: “Non se puede!”. Pensa se era una bomba…lo prendo e lo getto nel cestino: così la facciamo finita.

In tutto questo, sempre con i nostri 35 gradi all’ombra, i cavalli smerdano a terra come se fossimo in aperta campagna e l'olezzo non risparmia nessuno, mentre le forze dell'ordine passano a cavallo in mezzo alla folla, uno dei poliziotti ci dice che il suo equino si chiama Adriano come Celentano. Parte qualche “ci avete rotto il c…” quasi giustificato, incontriamo il nostro vicino di seggiolino allo stadio (con foto di rito) e vediamo in lontananza un emozionato Sandro Mazzola. 

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Nel frattempo, io voglio fotografare e fare foto e mio padre mi rompe le palle perché ha paura per la nostra incolumità (??). 

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Ma alla fine ce la facciamo: passiamo i tornelli (poco più di quelli del Supermercato in via della Cooperazione) ed entriamo. Meraviglioso: una conca il Bernabeu, un teatro verrebbe da dire. Bello davvero. 






Nespoli nello spazio con la Esa: Перейти Paolo Перейти



Paolo Nespoli tra le stelle: se permettete non è lombardo ma senz’altro si tratta di un veranese. 
E scusatemi: ma non capita tutti i giorni a questo paesino che si estende tra il verde che non c’è più, la Superstrada e un centro paese che con il sole non fa invidia a niente e nessuno di vedere un proprio compaesano nello spazio. Perché in cinque italiani sono andati nello spazio: e vun l’è de veran.

Mercoledì alle 20.09 Paolo Nespoli è partito insieme a due astronauti russi e ha coronato la sua seconda missione internazionale.

Classe 1957, è cresciuto a Verano e si è diplomato nel 1977 al Majorana di Desio. Dopo il Liceo, ha preso un Bachelor in Science in Aerospace Engineering nel 1988, un Master in Science in Aeronautics and Astronautics nel 1989. Nel 1990, invece, ha raggiunto la laurea in ingegneria meccanica presso l’Università di Firenze. Una vita di obiettivi quella di Paolo Nespoli che mercoledì 15 dicembre è tornato nello spazio dopo la Missione americana del 2007. Questa volta con la Soyus TMA-20 per la missione Mgisstra dell’ESA, l’ente spaziale europeo. In orbita ci starà fino al maggio 2011 e si tratta di un record: mai un italiano era rimasto tanto nello spazio.

Gli amici di sempre, i parenti e tanti veranesi lo hanno salutato dal palazzetto dello sport di via Dante e alla partenza - fatta di luci e di quella nuvola arancio tipica dei sogni degli astronauti – è partito un applauso liberatorio (i brianzoli han sempre paura) ed eccitato. Niente count down. Niente coreografie. In pieno stile locale. Solo spontaneità e per altro non forzata e non certo esagerata. Freddina, se confrontata con il resto della Penisola. In ogni caso, sentita. Vedete voi perchè: questo è nello spazio. E per un brianzolo non è semplice da capire. Una vita fatta di bancarelle del mercato, di messa della domenica (“va che c’è anche al sabato alle 6 né…”), di oratorio, si strade ciottolate e di consigli comunali senza regole. Questa è Verano. I veranesi amici stretti, la stampa locale e quelli un po’ più mondani sono venuti numerosi al palazzetto. Il veranese medio invece si sarà sicuramente arrabbiato (col sorriso ovviamente) perché alle 20.09, in Brianza si hanno già le gambe sotto al tavolo. Anzi, per la verità la cena è bella che conclusa e sta venendo su il caffè insieme alla terza notizia del TG5.

Il padre del mio moroso ha visto il lancio “sul computer”, mentre si preparava un panino al volo con il cotto. Tovagliolo sulle gambe, occhiali d’ordinanza. E via…
...scommetto che qualche anziano ha visto la scena appoggiato alla finestra con il piatto della minestra in mano (ormai freddo).

In paese siamo tutti felici. Paolo Nespoli ha promesso un twitt al giorno. 
Ecco. Forse i suoi coetanei (che prima della missione americana gli avevano dato un solo consiglio: segnes, Paolo, segnes…, ossia fai il segno della croce, Paolo, fai il segno della croce) non sanno cosa è un twitt. Ma magari è una buona occasione per fare un giro nella tecnologia. 
Anche se al veranese medio basta sapere che c’è uno di loro che fa un giro nello spazio. Questo è.
Oggi articolo su "Il Cittadino di Monza".





Per la foto: wikimedia

giovedì 16 dicembre 2010

"Vita da...": le recensioni /parla Marta Casadei

 Giornalista professionista, con le tette piccole ma un grande senso dell'umorismo e una predisposizione forte all'amicizia e all'accoglienza. Marta Casadei - protagonista spesso del mio libro "Vita da..." - racconta così la lettura del volume. In maniera ironica, acculturata. Diversa. Come sempre.

No, dico: provate voi ad andare a cena con una che di punto in bianco, tra un piatto di spaghetti ai frutti di mare e un bicchiere di vino bianco, apre una moleskine nera e si mette a scrivere pedissequamente quello che si dice a tavola. E poi lo rifà sulla spiaggia, mentre uno sta sdraiato sul lettino cercando di godersi il meritato riposo e lei è lì pronta a mettere nero su bianco la prima defaillance (della Tentorio, in particolare). Una che tiene a mente quello che abbiamo detto una sera in una farmacia di Roma o una mattina in un baretto di Milano Marittima.

No, dico: provate a fare questo sforzo. A venirne fuori è lei, Elena: osservatrice arguta, giornalista che con le parole ci sa decisamente fare, solare e divertente, amante degli accostamenti un po' pulp nella letteratura (vita da..bagno, tanto per dirne una) come nella musica da sentire in macchina (final countdown e io lo so Signore). I momenti più esilaranti della sua vita li ha riversati in 500 pagine di aneddoti. Alcuni mi hanno fatto ridere a crepapelle, altri si svolgono persino a casa mia. La metà, comunque, ero presente. Altri ancora - io sono quella che dice che l'espansività non va più di moda e questo vi dovrebbe dire qualcosa: sono una tipina per bene - mi hanno fatto storcere il naso bonariamente e pensare: "Ma Elena!". Insomma: per me il volume è una sorta di Annales Maximi in salsa contemporanea: c'ero, ci sono, ci sarò (si spera).

Per chi non può viverlo in prima persona e rivedersi in tanti luoghi e situazioni, riascoltando volentieri le castronerie di chi si conosce (la Tentorio) e di chi, a questo punto, si vorrebbe conoscere (Ecce donna Marzorati, ma anche Bavuso), il libro non solo sarà fonte di ovvia ilarità, ma - se vogliamo dare un tono serio a questa recensione improvvisata - potrà anche offrire uno scorcio sulle vicende di una terra, la Brianza, di cui tutti sanno il nome ma di cui nessuno poi sa niente: la redazione del Cittadino e la Valassina dove si incontra il suocero di Azouz Marzouk (?!); i viaggi in aereo e le disavventure con i bed&breakfast romani gestiti da filippini; i detti veneti e la passione per il calcio; le fughe a Berlino senza soldi e le partite di pallavolo.

Che cos'è poi la vita se non quello che, per un verso o per l'altro, ci viene spontaneo ricordare?

Marta Casadei

mercoledì 15 dicembre 2010

Documentorio Madrid, 22 maggio: la lunga attesa



Mi piacerebbe farvi capire che cosa è stato il viaggio in aereo Malpensa a Madrid: quando i tanto amati biglietti della finale non ci venivano consegnati, i cori sulle hostess si risparmiavano, i vuoti d’aria erano all’ordine del minuto e mio padre - oltre a non aver parlato - è rimasto appoggiato al muro del bagno per la metà del tempo con la faccia sofferente e l’altra mano sul petto. Mia madre durante la notte precedente ce l’aveva detto: “Siete dei disgraziati. Andare a Madrid: la Ele ha avuto l’asma e tu soffri di cuore….”. Rosaria, abbiamo speso 800 euro a testa e stiamo a casa? Risponditi da sola.

Scesi dall’aereo, ho comprato la mia prima sciarpa (con cristoni di mio papà) e siamo saliti sul pulman che ci ha portato in zona Bernabeu. 
Qui, che fare? Alle 12.15, un italo-brianzolo va a mangiare…andiamo nel primo ristorante spagnolo (dove fumano dentro!!!!!!!) e cerchiamo di farci intendere: io con l’inglese, il tedesco, il dialetto brianzolo, lo spagnolo con le “s” alla fine e l’italiano. Mentre mio padre con il veneto che, risaputamente, assomiglia allo spagnolo. Noi vogliamo mangiare subito: dal ristorante ci dicono che iniziano a servire cibo dalle 14. Cosa scusa? Va che in Brianza abbiamo l’abitudine e l’obbligo morale di avere le gambe sotto al tavolo entro le 12.30. Perché chi mangia dopo le 13 (a meno che non si lavori in banca) l’è por gent.

Al ristorante stiam seduti un bel po’ (con gioia di mia madre che da casa immaginava il banchetto). Usciamo dal ristorante alle 14. La partita è alle 20.45. I cancelli li aprono alle 18.30. 
Che fare nel frattempo? Mio padre cerca un albergo (peppepeppepeeeeeeee!), ma guarda caso non lo trova. E si accontenta della panchina di sassi mentre io vado a fare shopping (almeno se perdiamo, sta trasferta non è stata vana…penso). Nel mio zainetto da quel momento non ci sono più le ciabatte da casa di mio padre (che si è portato dietro), ma le sue scarpe di cuoio, pesanti e ingombranti. Alla fine, per star comodo, dorme con le calze e le ciabatte le mette per terra come se fossero in fianco al letto di casa sua e i tedeschi ci guardano come se pensassero "Che schifo!".


buona pennica...



Nel centro commerciale più brutto della storia, trovo un’esposizione di manichini con le maglie delle vecchie glorie della Champions (assenti: e che ci dovete fare?), le fotografo e passo per scema.

Non si è parlato di una Giuve...
Chiedi l'aiuto da casa






tiè


Io e mio papà andiamo in giro con magliette nere sulle quali c’è una scritta azzurra, confezionate dal cugino milanista per l’occasione.
Quella di mio padre: “Il Massimo? Moratti”. Gratitudine verso il Pres.
La mia: “Mam, inrabises no. Ma per venì chichinscì a Madrid, ò duperà i tò danè”. 
Che vuole dire: “Mamma non ti arrabbiare, ma per venire qui a Madrid ho usato i tuoi soldi”. Gratitudine pure la mia (per senso di colpa: niente ferie nell’estate 2010). 

Papà



Ele















Dimenticavo: 35 gradi all’ombra e prezzi esorbitanti. Alla faccia della Spagna in crisi. Mio padre alal fine è venuto nel centro commerciale con me. Ma era evidente che non ne aveva più: di aspettare, di non dormire, di sdraiarsi sui sassi.
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Foto iniziale: calcioblog

martedì 14 dicembre 2010

Italia anno 2010: andiamo tutti a farci vedere



Che il calcio fosse lo specchio della società di oggi lo si presumeva. Ma oggi ne sono sicura. Ansia dentro lo stadio per il risultato finale. Ansia in Parlamento per la votazione alla mozione di sfiducia. Slogan tra una curva e l’altra allo stadio. Parole e insulti tra le aree del Parlamento. Fischio finale dell’arbitro: gioia che esplode da una parte e musi lunghi dall’altra. Tabellone luminoso con il risultato, bandiere tricolori che sventolano e cori “contro”. Fuori dallo stadio tafferugli. Fuori dal Parlamento tafferugli. Conviene che ci diamo una regolata tutti quanti: perché manca della cultura di vita. Altro che politica. Si tratta la politica peggio che lo stadio. Si tratta la giornata peggio di 90’ minuti di calci e botte. L’Italia è l’unico paese dove la fame si soffre poco, ma ci lamenta tanto e male. Dove il cittadino “normale” ha debiti assurdi per la tecnologia, l’auto sportiva, i vestiti firmati. E dove, nonostante i sacrifici non esistano più e nonostante il lusso sia di casa ovunque, si incendiano i cassonetti come in una guerra civile. E perché? Perché Berlusconi non cade. Perché la politica fa schifo. Andiamo tutti a farci vedere, grazie. E buona notte.

per la foto: /readytobeme

Documentorio Madrid, 22 maggio 2010: il perchè di un ricordo solo ora



Siamo praticamente arrivati alla continuazione naturale (ma non altrettanto bella e interessante) della vittoria della Champions League 2010. La vittoria dell’Inter. Le cose da quel giorno  (a parte che per me son cambiate) non è che vadano un gran che bene. Anzi. In campionato si vacilla. In Champions, l’Inter fa figure del cazzo (ogni altro modo fine per definire le gare non rende l’idea, mi spiace per i puristi e i puri). Sta di fatto che proprio in queste settimane di difficoltà, sento la necessità enorme di ricordare e raccontare per la prima volta davvero quel giorno a Madrid. Sì, perché appena tornata tutti a chiedermi “Come è stato?”, “Cosa hai provato?”. E io a starmene zitta. Che c’era da dire, più di quanto io non riuscissi a fare con occhi e sorriso? Niente. Non son cose che si spiegano se non dopo mesi e anni. Non son cose che si spiegano senza cadere nella banalità in cui ogni giorno il pallone e il calcio sono risucchiati. E quindi, ho deciso di aspettare. Di attendere che il momento fosse propizio (...don Fabrizio). Quale momento più giusto e necessario per ricordare certe vittorie e gioie se non quello che ci vede perdenti come forse non riuscivamo bene a ricordarci da anni? Vi presento il mio "Documentorio, Madrid, 22 maggio 2010", dove lo storpiare la parola tanto cara a Piero Angela è voluto coscientemente, in onore all'assonanza con la parola Vomitorio che a quanto pare significa settore dello stadio. Almeno, tutti noi che eravamo là, abbiam capito così. In verità, è una parola italiana (uguale in spagnolo) che sostituisce "gate" in inglese. Ma faceva ridere. Quindi, eccoci qui.

Nella speranza di usare poco le parole e tanto le immagini e i video, parto con qualche foto e un video. Miei e recuperati da internet, dal Mondo. Il Mondo che era là con me, quello che stava a casa e quello che non c'era.

Buona visione…

Mio papà che tenta di dormire in aereo (per la paura)





Un aereo solo di interisti


















Autoscatto per affrontare il volo
















Hostess coraggiose















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Per la foto Inter Campione: newslab