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domenica 30 gennaio 2011

Novecento: un monologo assurdo di una storia pazzesca



Sono sessanta pagine. Viaggiano veloci, più del Virginian, il piroscafo di cui narra. E’ una storia di musica, di amore verso il pentagramma e, soprattutto, una storia d’amore verso quelli che si possono definire i “diversi”. E non nel senso sessuale del termine. Bensì nel senso caratteriale, vitale che questa parola sa esprimere. Il teatro di questa storia è il mare, con la sua linea orizzontale che divide il reale dal sogno. Novecento - così si chiama il personaggio di questo monologo, scritto da Alessandro Baricco e dalla sua particolarissima penna – è un libricino che si legge in una sera e che suona più come una sceneggiatura (spesso si legge che l’attore esce di scena) e credo che il modo migliore per invogliare qualcuno a leggere quest’opera non sia una recensione dettagliata, bensì qualche spot di frasi tratte dal monologo. Basteranno per invogliarvi:

Negli occhi della gente di vede quello che vedranno, non quello che hanno visto”.

Suonavamo perché l’Oceano è grande, e fa paura, suonavamo perché la gente non sentisse passare il tempo, e si dimenticasse dov’era e chi era. Suonavamo per farli ballare, perché se balli non puoi morire, e ti senti Dio”.

Non sei fregato veramente finchè hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla”.

Il Mondo, magari, non l’aveva visto mai. Ma erano ventisette anni che il mondo passava su quella nave: ed erano ventisette anni che lui, su quella nave, lo spiava. E gli rubava l’anima”.

Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia”.

La gente fa così. E’ cattiva con quelli che perdono”.

Per l’ultima volta, lì a dirci tutte le cose che mica puoi dirti, con le parole”.

E’ sorprendente come sia inutile, suonare una tromba, quando c’hai una guerra intorno. E addosso, che non ti molla”.

Andavo di fantasia, e di ricordi, è quello che ti rimane da fare, alle volte, per salvarti, non c’è più nient’altro. Un trucco da poveri, ma funziona sempre”.

Da leggere. Anche per più volte. Tanto, c’è da “perderci sopra” solo una serata.

giovedì 13 gennaio 2011

Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare: pensieri e verità



Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare. Mai una verità è stata detta in maniera più vera e, se vogliamo, violenta. Non si tratta di una massima, ma del titolo di una raccolta scritta da Vincenzo Costantino. Una raccolta indefinibile, per come la vedo io. Perché i testi stampati all’interno di questo piccolo libricino non sono leggibili come pure poesie, né come racconti. Forse sono pensieri. Ecco, la parola giusta è “pensieri”. Pensieri su qualsiasi cosa possa nascere da un teatro di vita come Milano: città che spesso ti lascia solo, ma che molte volte ti rende libero. E spesso le due cose vanno di pari passo nella vita di ogni uomo: la solitudine e la libertà. Vincenzo Costantino, riesce a rendere immagini milanesi come in pochi onestamente son riusciti a fare. Si parla della Milano di oggi o di quella di qualche decennio fa. Ma si parla sempre della stessa Milano che c’è con le sue bellezze, con le sue bruttezze, con i suoi modi tremendi di arrivarti sul muso come un cazzotto. A volte nel linguaggio, Costantino va veloce e non bada ai conformismi che eviterebbero certe parole. Va dritto all’obiettivo e scatena sempre qualcosa, piccolo o grande che sia: un piccolo stupore, una grande risata o una forte espressione che dice “sì, gli odori descritti son veri”.
Si legge mentre si aspetta di fare una fermata di treno. Si legge nei momenti da riempire della giornata. Non quelli passati a riposare. Quelli che rompono: i momenti morti. Veloce. Si legge.

Per gradire:

Provare a scoprire la propria città, intraprendere questo viaggio è un lavoro, un lavoro ignobile perché la città sei tu. Sei tu che la vesti, che gli dai voce, che la profumi o la impesti. La città è quello che siamo e chi ha voglia ma soprattutto il coraggio di scoprire se stesso correndo il rischio di non piacersi. Possiamo cambiare città, ma non possiamo cambiare la nostra impronta. Uno dei pochi aspetti piacevoli che mi fanno partire dalla mia città è la consapevolezza che poi ci devo tornare ed è meraviglioso tornare a casa. Milano ti amo. Come si ama il ricordo della prima puttana. Come si ama sempre chi non ti corrisponde. Quindi…vai a fare in culo amore mio, non mi somigli per niente!

giovedì 30 dicembre 2010

“Compagno di sbronze”: dissacrante, divertente e più profondo delle parolacce in superficie



Detto che a mio avviso la “parolaccia” come concetto non esiste più. Verrebbe da dire, per fortuna. Qualche bacchettone o amante del bon ton potrebbe dissentire, forse, ma di fatto è meglio una parolaccia detta sul muso che mille belle parole dette per finta. Detto questo, Charles Bukowski l’aveva capito già da tempo. E nei suoi scritti ci sono episodi tanto feroci quanto nitidi. Senza quel torbido che spesso abbraccia chi ha paura di scrivere quella o questa parola. Bene, Bukowski è nella sua raccolta di racconti dissacrante, eccessivo, a volte pesante sull’anima. Ma è unico. Io non ho mai letto niente di simile. E vi assicuro che leggere una bestemmia non è come sentirla. Leggendola la si sente cento e mille volte con tutto il fastidio che un credente medio può provare. Nei suoi scritti c’è tutto il fastidio dell’autore che non è riuscito a vivere del lavoro di scrittore ma ha vagato spesso senza meta e con la delusione che si può provare nel non poter fare ciò che si ama davvero. I racconti raccolti in “Compagno di sbronze” si intitolano: 1) La macchina strizzafegato, 2)Tre polli, 3) Dieci seghe, 4)Tutti grandi scrittori, 5) La politica è come cercare di inculare un gatto, 6) La mia mamma culona, 7) Il demonio, 8) L’assassinio di Ramon Vasquez, 9) Un compagno di sbronze, 10) La barba bianca, 11) Scene della grande stagione, 12) Gabbia di matti appena fuori di Hollywood, 13) Ma voi consigliereste la carriera di scrittore?, 14) I grandi poeti muoiono in pitali di merda fumante, 15) Una città malefica, 16) Un dollaro e venti centesimi, 17) Senza calzini, 18) Birra e poeti e chiacchiere, 19) Una pioggia di donne, 20) Appunti di un suicida potenziale.
Se non avete voglia di leggerveli tutti non potete perdere: Tre polli (da morir dal ridere), L’assassinio di Ramon Vesquez (cattivo: un film), Un dollaro e venti centesimi (commovente come nient’altro), La politica è come cercare di inculare un gatto (attuale).
Avvertenza: Bukowski vi dà un pugno allo stomaco. Per come scrive, per le paorle che usa, per quel che racconta, per la sua strafottenza, per il suo essere dissacrante al 100%. Bukowski, una volta arrivati alla fine di una sua opera, non vi lascerà più. Lo ritroverete nella vita di tutti i giorni quando capirete chela realtà è quella che racconta lui e non quella degli “Harmony” (per fortuna, in certi casi).

Per la foto: digilander

domenica 26 dicembre 2010

Vicolo dell'acciaio: la microstoria di un grande problema



Se non hai provato i turni pesanti in un’acciaieria, i turni da prima linea, non hai diritto di parlare. Solo quelli che si lordano possono dire la loro. Io li vedo ogni giorno Lilli, ogni santo giorno li vedo. Cristiani com’a me…mi stanno morendo intorno e io è quella là la strada che m’attocca…”. Cosimo Argentina – scrittore di origini pugliesi residente a Meda - racconta in un romanzo industriale la vita dei tarantini di via Calabria. Focalizza l’attenzione su una vita normale, di uno studente di giurisprudenza: uno di quelli che oggigiorno ce ne sono tanti. Che iniziano a studiare per un futuro migliore promesso dalla scuola e che vorrebbe tutti i ventenni d’Italia all’ università. La famiglia di Mino è composta da una madre timida e un padre, un “uomo da muro”, tutto azienda, barba, caffè e birretta che vive nella consapevolezza che il suo destino è quello di morire di lavoro. Si può morire per una malattia da lavoro, oppure sotto una pressa in un qualsiasi incidente. Ebbene, in questo romanzo si narra della storia di questa via, tanto che i personaggi, oltre ad avere un nome proprio, hanno anche l’etichetta: “Quello è un via Calabria. Quello è un via Polibio”. Quasi si trattasse di un marchio di fabbrica. La denuncia – perché di questo si tratta – riguarda quindi tutta la vita sommersa di chi per garantirsi un futuro (e anche un presente) deve mettere in conto che un incidente sul lavoro “può capitare” e che “son cose che succedono”: teatro della storia è quindi la sua Taranto e, più precisamente, l’Ilva, azienda fondamentale per l’economia della città pugliese. Il tutto, sfruttando la capacità di Argentina di descrivere la scena, i personaggi, di renderli perfetti per il ruolo che rivestono all’interno della storia e della vita di tutti i giorni. I personaggi di Argentina non sono inventati. Son presi dalla strada, così come la trama e le sensazioni che le pagine del libro emanano, grazie alla descrizione dei suoni e degli odori. Non manca una punta di pessimismo, anche se forse si tratta più che altro di realismo e di un’osservazione arguta e onesta della realtà. Sullo sfondo, quindi, una disillusione forte che potrebbe essere spazzata via, ma pian piano: con un vento leggero e continuo fatto del lavoro di operai, aziende e istituzioni che collaborano per una sicurezza vera e concreta. Per ora, c’è solo una convinzione: “La consapevolezza che niente, non abbiamo risolto niente anche perché in fondo non c’è niente da risolvere”.
Ma il lutto qua non lo senti come qualcosa di tenebroso. E’ una presenza incombente che preesiste alla tragedia. Il lutto esiste perché esistono gli schiavi”.
Dalla verità si cambiano le cose. Dall’illusione di poterle cambiare con un’associazione ambientalista per esempio, non si migliora nulla. Edizioni Fandango: Vicolo dell’acciaio.

domenica 12 dicembre 2010

"La pancia degli italiani" di Beppe Severgnini: un libro per rendersene conto



La pancia degli italiani funziona apparentemente come tutte le pance del Mondo. Prende e dà, contiene e rilascia. Questo è quello che direbbe un gastroenterologo qualunque. La pancia degli italiani, però, va oltre. Diventa spesso il cuore pulsante della vita quotidiana: il motore di ragionamenti e azioni concrete. Dallo svegliarsi alla mattina fino all’andare a votare. Il segreto di B. (Berlusconi) sta tutto qui. A dirlo in 160 e rotte pagine è Beppe Severgnini, irriverente giornalista italiano che spesso riesce a spiegare e raccontare i fatti che riempiono i quotidiani e i tg italiani: ma guardandoli da uno spiraglio differente, spesso ironico ma non solo. Nossignori. Lo sguardo di Severgnini non è solo apparentemente più divertente di quello dei musi lunghi. E’ uno sguardo scientifico. E leggendo la sua ultima fatica “La pancia degli italiani. Berlusconi spiegato ai posteri” si coglie il fenomeno dell’eterno Presidente non dal punto di vista degli amici (chi vota PDL con gioia) o dei nemici (chi sta incazzato tutto il giorno, pensando a Berlusconi e sperando di votare PD). Il punto di vista di Severgnini è scientifico perché usa metodo, analizza il personaggio, lo scruta e mette nero su bianco non solo le sue uscite più famose (“Lei sarebbe da sposare”, la partecipazione ad un compleanno di una diciottenne, la bandana, la tintarella di Obama), ma anche quelle che per qualche motivo tutti noi ci siamo dimenticati e tutte quelle peculiarità che apparentemente non sono niente ma che negli anni hanno fatto la fortuna di Berlusconi: il pullover sulle spalle, le foto con i figli, le barzellette sboccate, l’uso delle stesse parole che in sedici anni sono cambiate di poco, il gioco della ripetizione di dati presi a metà (la sua metà, chiaramente).
Perché – lo ripeto nel caso in cui qualcuno se lo fosse dimenticato – B. (come lo chiama Severgnini nel libro) governa a spizzichi e bocconi da 16 anni. Quando vince, vince bene (1994, 2001, 2008), quando perde, perde di poco, colpendo pure un palo e una traversa (1996, 2006). Spesso squalifica il campo quando gli avversari stanno vincendo (elimina Prodi nel 1998 e nel 2008, interrompendo le sue legislature) e ribalta le partite. E, alla fine, le vince.
Quello che Severgnini ha fatto con questo libro è tutto ciò che serve alle persone intelligenti: sia a quelli intelligenti che votano B., sia a quelli intelligenti che non lo votano (i pecoroni non perdano tempo, oppure ci provino!). Perché il giornalista fa una fotografia esatta del personaggio e ne mostra le forze e i difetti: non solo. Mostra anche i difetti di chi vorrebbe mostrare i difetti di B. (ma che alla fine si limita a fare il gioco del Cavaliere con il muso lungo e la finta cultura) e spiega ai seguaci di B. perché lo seguono: magari facendoli sentire un po’….babbi.
Il successo di B. è analizzato da Severgnini grazie alla spiegazione (dettagliata e piena di esempi) di 10 fattori: 1. Umano, 2. Divino, 3. Robinson, 4. Truman, 5. Hoover, 6. Zelig, 7. Harem, 8. Medici, 9. TINA (There is no alternatives), 10. Palio.

Immedesimarsi negli interlocutori: una qualità necessaria ad ogni politico. La capacità di trasformarsi in loro è più rara. Il desiderio di essere gradito ha insegnato a B. tecniche degne di Zelig, camaleontico protagonista del film di Woody Allen. Padre di famiglia coi figli (e le due mogli finchè è durata). Donnaiolo con le donne. Giovane tra i giovani. Saggio tra gli anziani. Nottambulo tra i nottambuli. Lavoratore tra gli operai. Imprenditore tra gli imprenditori. Tifoso tra i tifosi. Milanista tra i milanisti. Milanese con i milanesi. Lombardo tra i lombardi. Italiano tra i meridionali. Napoletano tra i napoletani (con musica). Andasse a una partita di basket ne uscirebbe più alto”.

Alla fine, diverse possono essere le tesi alle quali il lettore può giungere. Prima tesi: che gli italiani si dividono in “boccaloni” e “presuntuosi”, mentre B. sta nel mezzo e se la gode (nella speranza che anche noi potremo godercela prima o poi). O, seconda tesi, che B. sia un diavolo trasformista che esiste perché noi lo facciamo esistere: chi lo vota, così come chi passa la giornata a criticarlo. Perchè B. fa leva sulla nostalgia del passato, tanto quanto sulla speranza di un futuro migliore. Mentre noi, a turno, desideriamo l’una e l’altra cosa. Alla fine, forse, gli italiani meritano di meglio. Nella speranza che il meglio debba ancora venire, leggete il libro. Vi stupirà.

sabato 13 novembre 2010

"Della vita di Alfredo": la Brianza raccontata da un "brianzolo" esterno



Della vita di Alfredo. E chi diavolo è Alfredo? Alfredo è Alfredo l’uregia. Sì, avete capito bene: l’uregia, l’orecchio, il frocio, la checca. Chiamatelo come volete, ma Alfredo è un diverso. In tutto e per tutto. Abita in un paesino qualsiasi della Brianza, di quelli fatti di industrie e di freddo, “quello vero, quello che paralizza la mascella da un orecchio all’altro quasi a disegnare un sorriso al quale nessuno crede”. Una terra che punisce per il suo clima dove c’è sempre stato posto per due categorie soltanto: i omen da una parte e i donn che han da munda giò dall’altra. Il libro di Paola Cereda, per chi in Brianza ci vive, è un sorriso (divertente e amaro non importa) unico: un richiamo continuo alla quotidianità che, vista per la prima volta in un libro senza troppo fronzoli ma con tanta concretezza, fanno sentire il lettore brianzolo importante. E ad ogni riga, il lettore pensa “E sì, l’è propi inscì”. Sullo sfondo, una storia, tante storie, raccontate dal punto di vista di chi, come Alfredo, non è uguale a nessuno. Né tanto meno alle categorie che la Brianza, così come tanti altri luoghi, d'Italia, impongono in maniera secca e decisa. Non è una storia di outing come magari si può credere (in Brianza non si fa outing). E’ la storia di generazioni, degli obblighi morali di cantare nel coro della gesa e di ritenersi pure fortunati per poterlo fare, dei piccoli litigi tra associazioni fatte di prese di posizioni a prescindere: Acli da una parte, Parrocchia dall’altra per esempio. Paola Cereda racconta spesso di morte e sofferenza con quella “cantilena” tipica della Brianza dove le sfortunate sono tutte “poradona”, dove la fede spesso limita e dove i problemi ci sono, ma non si dicono. Alfredo l’uregia racconta tutto questo con sottile ironia, ma nello stesso tempo con affetto. In fin dei conti a popolare il Mondo sono i personaggi e le loro avventure. E in queste pagine, che hanno come sfondo il background personale di uno dei tanti, uno dei diversi, uno degli ultimi, trovate un sacco di storie assurde e nello stesso tempo vere. Da leggere e gustare per dire: “Cazzo, è davvero così”. E magari anche per non lasciarsi andare all’idea che, in fondo, vada tutto bene perchè “basta che Signor lè da per tutt” per star bene nella vita.

venerdì 22 ottobre 2010

“I pilastri della terra”: finire il libro è un peccato…



Come s fa a fare una recensione de “I pilastri della terra”? E’ quasi impossibile. Bisogna abbandonare l’idea di poter raccontare la trama, prima di tutto. Per due motivi: perché non c’è una trama come la si intende classicamente, se non un filo conduttore d’amore, odio e personaggi.
E poi, non si può raccontare la trama nei suoi dettagli, perché si rischierebbe ad ogni passo di svelare qualcosa, di dire il troppo e di non lasciare che il lettore si gusti il viaggio all’interno del Medioevo. Per questo, è da escludere l’ipotesi di recensire il libro partendo dalla trama.

Così come non mi va di partire dai personaggi. Perché ognuno è concatenato con l’altro, ognuno è dentro l’altro. E ognuno parla dell’altro. Ogni vicissitudine viene vista dagli occhi di più personaggi: e questa è una tecnica mirabile che supera chiunque.

Per recensire questo libro basterà, quindi, dire e raccontare qualcuna delle sensazioni che emana. 

Di tutti i libri annoto le frasi che mi piacciono di più, quelle più sensazionali, stupide, simpatiche, drammatiche. Di questo libro non ce l'ho fatta. Perchè non sono parole: è un film. Una pellicola veloce e nello stesso tempo semplice che non può essere trascritta perchè le parole non incastonate nella storia raccontata perderebbero di sapore.

Anzitutto, chiunque voglia accingersi a leggere “I pilastri della terra” deve sapere una cosa: deve aver del tempo a disposizione. E voi mi direte: ma io leggo qualche minuto prima di andare a letto. Per tutti i libri funziona così. Per questo no. Questo libro ti porta a chiudere gli occhi e a continuare a leggere, ad immaginarti le scene davanti a te e a portarti il libro al lavoro, perché…non si sa mai: magari mi scappa e allora, leggo mentre….

Scherzi a parte, non ho mai letto niente di simile: affrontare “I pilastri” (siamo in confidenza ormai) vuol dire trovare nuovi amici, rendere la lettura qualcosa di frenetico, a volte, e di rituale, altre volte. Ricordo una sera che non riuscivo a smettere di leggere e sono andata a letto a tarda notte con un mal di schiena pazzesco. Nello stesso modo, ricordo quando mi mancavano cento pagine ed ero al mare, a Marina di Massa. Nulla da togliere alla bella località toscana, ma mi sono fermata. Con grande difficoltà, per la verità. Ma ho voluto staccare un attimo per lasciare che io potessi finire il libro nel posto a me più congeniale: camera mia. E allora, ho aspettato di tornare a casa e l’ho terminato dove avevo conosciuto i personaggi: Jack, Tom, Ellen, Aliena e tutti gli altri.

Dirò solo che alcune descrizioni sono talmente minuziose che quasi quasi anche io potrei fare l’architetto.

Dico solo che Ken Follet non è uno scrittore solamente: è un pittore che attraverso le palpebre chiuse del lettore riesce a trasportare i Mondi da un polo all’altro e le epoche da un’era all’altra.

Si parla di una cattedrale, di un bambino disadattato, di amore, di violenza, di cattiveria gratuita, di colpe mai confessate, di religione vera e presunta.
Si parla, si racconta.

Attenzione: quando lo finirete sarà un dispiacere per voi. Non potrete più ascoltare le storie dei vostri amici…

Io ora inizio “Mondo senza fine”: ci vediamo fra qualche mese…

sabato 16 ottobre 2010

Memorie del sottosuolo: e al diavolo il romanticismo



MEMORIE DEL SOTTOSUOLO-
Fedor Dostoevskij (1864)

Memorie del sottosuolo: un cocktail assoluto di filosofia e ragionamenti uniti ad un racconto tra il concreto e “l’ardussimamente” reale.
Una storia di quotidianità.
Fedor Dostoevskij per l’ennesima volta dipinge un teatro di miseria affettiva, ma di nutrita razionalità che conduce il lettore oltre l’immaginabile, oltre la fantasia e oltre tutte le cattedrali del mondo costruite per far sentire all’uomo la propria potenza: Dostoevskij dal 1864 in poi racconterà spesso del sottosuolo, inteso non come morte. Anzi. Inteso come vita, quella vita che non viene annotata sui diari ma che diventa romanzo. Ebbene, lo scrittore russo, in questo breve scritto in particolare, acquista dalla quotidianità di tutti i giorni paranoie, sguardi e assurdità.
Scritto in prima persona, il libro si divide nettamente in due parti: la prima è un vero e proprio monologo, nel quale il protagonista ragiona, pensa, scava nell’animo umano e vi trova della razionale depressione, così come una lucida consapevolezza di quanto l’essere umano sia portato ad amare l’amore quanto l’odio.
Narra di quanto il volere passi sopra all’affetto e a tutto il resto.
Un farabutto, a detta dell’autore, potrà sempre essere l’uomo più buono di tutti se lo vuole. Così come un animo gentile e tenero, pur rimanendo tale, può trasformarsi presto in un carattere cattivo e vile.

“(…) che in ogni momento, perfino nel momento della più forte bile, ero vergognosamente conscio dentro di me che non solo non ero un uomo maligno, ma nemmeno inasprito, che non facevo che spaventare i passeri senza costrutto e con questo mi consolavo”.

La consolazione dell’autore passa per la sua autodeterminazione: l’uomo è tanto più soddisfatto, quanto più è artefice del suo destino, buono o brutto che sia.

L’ansia più totale del personaggio non è essere triste. Ma non essere niente.
Il resto dell’ansia, invece, è rappresentato dalla consapevolezza: di conoscere o di essere a conoscenza (che non significano la stessa cosa): 

Vi giuro signori che aver coscienza di troppe cose è una malattia”.
“(…) Quanto più avevo coscienza del bene e di tutto questo bello e sublime, tanto più profondamente mi lasciavo prendere nella mia melma e tanto più ero capace d’impantanarmici del tutto (…)”.

Un’intelligenza fine, acuta quella del protagonista che, nonostante smonti tutto quello che vede rendendolo a volte cenere, riesce ad andare oltre anche al più primordiale dei luoghi comuni: la dicotomia netta e secca tra amore e odio.
L’intelligenza e il volere sbriciolano questa differenza e lasciano solo il volere e l’intelligenza.

La seconda parte del romanzo, invece, è un vero e proprio racconto: con parentesi di sensazioni e pensieri, intervallate da discorsi diretti nudi e crudi.
Narra quindi di un personaggio che decide di reagire ad un ufficiale che lo aveva scansato senza neppur guardarlo durante una serata trascorsa in una bettola.
Il problema per l’autore non è che l’ufficiale lo ha trattato male: è che non lo ha trattato affatto, facendolo sentire nulla. Aria.

La stessa sensazione di nulla, il protagonista la prova nel tratto centrale del racconto quando, ritrovando vecchi compagni di scuola, egli cerca di darsi un tono pur cadendo sempre nel breve e immediato dimenticatoio.

Infine, l’ultima parte del romanzo narra di un incontro tra il protagonista e una giovane prostituta. Da un dialogo tra di loro, esce tutta la rara intelligenza dell'uomo che, però, tradisce la sua perfezione facendo credere alla giovane donna di poterla salvare da quel mondo sporco e putrido, nonostante la sua mediocre povertà glielo avrebbe impedito: e qui sta il limite del volere umano., ossia nel mondo esterno: che riduce una persona a cattivo uomo di provincia, con poche possibilità di fare ciò che vorrebbe.

L’incontro finale tra i due terminerà con una scena di tristezza infinita: un soldo consegnato nelle mani della giovane donna, quasi a volerla far scappare sul serio. Questo la farà sentire – più di altre volte – una prostituta e a farla ripiombare nel baratro sarà proprio colui che la aveva illusa di una salvezza. 

Un pianto, un toccarsi di mani e un sottosuolo che continua a venir fuori in ogni pagina e in ogni dove.
Un sottosuolo fatto di paura e contraddizione: di chi vorrebbe uno scossone forte e lo desidera al tal punto che quando lo vede arrivare si sposta perché, forse, è più soddisfacente l’attesa e la ricerca piuttosto che una delusione cocente di un terremoto di bassa forza.

mercoledì 13 ottobre 2010

Il più mancino dei tiri: sorridere di nostalgia



Edito da Mondadori, “Il più mancino dei tiri” rimane tra la letteratura saggistica uno dei libri più evocativi del panorama sociale italiano. Ricco di spunti, evocherà sorrisi da parte del lettore che grazie alle parole dell’autore può ricordare, dire “Eh sì, era proprio così”, oppure può immaginare di nuovo situazioni ormai terminate, andate, finite. Il libro parte da Mariolino Corso, dal suo tiro, dal suo sinistro di Dio. E il lettore, che Berselli ama spazientire in maniera forte e vigorosa, rimane in attesa della descrizione di un’azione calcistica (arriverà?). E nel mezzo si deve “accontentare” di parallelismi tra il calcio e la società. Si deve accontentare di personaggi che mischiano le loro storie come Manlio Scopino, Comunardo Niccolai, Omar Sivori. Ma anche Giulio Andreotti, Ugo La Malfa, Alcide De Gasperi e tutti gli altri. Berselli indica Mario Corso come l’esempio e il simbolo del fallimento della sinistra italiana: il tutto attraverso la spiegazione della filosofia calcistica degli anni di Corso, quando “il gruppo” non esisteva ancora e quando Corso poteva permettersi di rimanere nel cono d’ombra aspettando il lancio lungo da quaranta metri di Luisito Suarez, mentre il Mago Herrera si incazzava come una bestia perché la palla, secondo gli schemi provati in allenamento, sarebbe dovuta finire alla “nostalgia” Sandrino Mazzola. Per Berseli, la memoria è l’unica cosa che conta nella vita. Da intendersi come vita partecipata, vissuta, sentimento di un passato condiviso. Ma anche sforzo mnemonico, gioco di società e massimo criterio organizzativo.
Desideroso di non sincronizzare, Berselli crede che la storia sia tutto un sincrono, così come le emozioni, i racconti e tutto ciò che ricordiamo.
Al motto di “Io non voglio scoprire niente, ma vogliono ricordarmi tutto” Berselli fa un excursus interessante, divertente e alle vote romantico e nostalgico. L’autore stimola la memoria non come insieme di casellari, bensì come animale in continua evoluzione logica che aiuta a vivere il presente, e perché no, il futuro. “Perché la vita è piuttosto complicata per essere racchiusa”.

Per chi ama sorridere mentre legge, questo è il libro giusto.

Una sola figura si esime dalla regola: è l’uomo in più, il fantasista dal tocco magico, il primo violino che suona una melodia tutta sua mentre l’orchestra segue disciplinatamente lo spartito”.

Diffidate di chi ha la scrivania sgombra. Di sicuro è uno che nasconde tutto nei cassetti. E se non ha niente neanche nei cassetti, a che diavolo gli serve una scrivania?”. Un solerte cultore dell’ordine, dei fascicoli, delle pratiche, dei falconi, delle carpette è costretto a selezionare, cioè a gettare nel cestino vecchi documenti e cartacce inutili. Salvo poi accorgersi nel momento peggiore che una certa cartaccia inessenziale si è reincarnata o reincartata nella mente di un superiore come documento essenzialissimo”.

Perché il calcio è un frammento di vita, una insostituibile figurina Panini nel grande album dell’universo”.

Sappiamo che in linea di tendenza la formula a zona si deve considerare “di sinistra”, mentre quella a uomo va classificata”di destra”. Quest’ultima infatti è conservatrice, fondata com’è sul riconoscimento dei limiti umani e sulla constatazione che è più facile distruggere che non costruire (…) La zona invece nasce dalla considerazione che il progetto, la rete organizzativa, il collettivismo, la Gestalt superano i limiti individuali”.

Non bisogna farsi ingannare dalle etichette. Ciò che conta è la cosa in sé: a dispetto delle apparenze, nella realtà esistono solo tre tipi di whisky: il whisky, il whisky doppio e il whisky triplo. Quanto al football: il calcio ha dieci comandamenti (…). Primo non prenderle, secondo non prenderle, terzo non prenderle”.

Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.

Quando uno vuol perdere, Dio glì dà una mano, e alle volte anche un piede”. Tant’è vero che a Catanzaro, una volta, Niccolai crede di aver capito che l’arbitro abbia fischiato un rigore palesemente iniquo contro il Cagliari. Non si può mai sapere che cosa passi per la testa di un Comunardo quando nella storia prende forma il sospetto dell’ingiustizia. Lui si arrabbia follemente, e da fuori area, con la potenza irrefrenabile trasmessa ai muscoli da un’ira davvero funesta, spara un gran tiro incazzato verso la propria porta: il pallone si dirige a centoventi orari all’incrocio dei pali, e per metterci una pezza un suo compagno difensore devia di pugno con un plastico tuffo: e l’arbitro, che non aveva fischiato proprio un bel nulla, è costretto malgrado l’ammirazione per la prodezza, a fischiare effettivamente il rigore”.

In un campionato in cui cominciano a definirsi nuovi ruoli, e in cui le specializzazioni tradizionali sembrano esaurirsi per lasciare spazio a forme nuove di organizzazione del gioco, Corso impersona il tentativo irriducibile di conservare il trequartista, alla mezzala cosiddetta atipica, le sue idiosincrasie di grande eccentrico, di marginale talento che deve solo alla sua irritante classe la presenza in squadra”.

Il massimo che Nereo Rocco richiedeva alla fatica proletaria di Lodetti o all’onesta applicazione operaia di Pelagalli era di correre fino a crepare: e appena intercettata anche solo per caso la palla, di cederla immediatamente a Rivera, l’uomo dal tocco in più, che ci pensasse lui ad inventare qualcosa. Dal rude Domenghini si pretendeva che corresse su e giù per il campo fino a farsi venire gli occhi in croce, e poi, due soluzioni: un gran traversone per la capa di Boninsegna vuoi per il dinamitico sinistro al volo di Riva, oppure una legnata terrificante in proprio, o la va o la spacca. La consegna di Bedin era di affidare senza esitazioni il pallone a Corso nella tre quarti, e que sera sera: talvolta, se più opportuno, un passaggino a Suarez, che puntasse il mirino per gli infallibili quaranta metri di lancio, direzione Jair, più mulatto e veloce che mai”.

Se ti chiami Omar Sivori puoi arrivare tardi all’allenamento, infischiandotene delle rampogne dei vertici societari, e scendere in campo con gli occhiali scuri per nascondere due occhiaie da far paura. Tanto, la domenica al comunale, il raffinato degustatore Gianni Agnelli mica si informa sull’andamento del lavoro di preparazione atletica svolto in settimana. L’unica cosa che gli importa è di assaporare un tunnel riuscito, un gol funambolico, anche un’invenzione fine a sé stessa, un doppio passo, una carognata dell’ingegno. Ma se invece il tuo nome è De Sol, e sei un cursore ottuso, o Cinesinhno, e sei un flebile geometra, ti conviene rassegnarti alle angherie e adeguarti conformisticamente al movimentismo”.

In sostanza, perché Mariolino Corso è l’emblema del fallimento della sinistra italiana? Perché è colui che nel tempo passato a solcare un campo da calcio ha sballato gli schemi del Mago che, nonostante questo, ha vinto, stravinto ed è pure passato alla cassa. La stessa cosa succede nella società della sinistra italiana, dove si lavora tutti “a zona” finchè non arriva una personalità forte a scombussolare il tutto. Peccato che Mario Corso fosse in grado – pur nella sua tendenza a distruggere gli schemi di Herrera – di far vincere la sua squadra. Mentre nella sinistra italiana, una personalità e un genio del genere che trascini sempre e comunque, godendo della collaborazione della forte compagine alle sue spalle…beh, non è ancora esistito. La differenza sta tutta qui. L’Inter ha vinto, la sinistra ha fallito.

mercoledì 6 ottobre 2010

Sulle regole: un libro che tutti dovremmo leggere


Gherardo Colombo spiega “ai più” un pizzico di legalità. Non solo. Forse anche un pizzico di giustizia. O ancora: una fotografia della vita sociale odierna dalla quale si può partire per rendere questa stessa società orizzontale. Per società orizzontale, Gherardo Colombo intende quel modo di associarsi al quale tende con tutta la sua forza la Costituzione italiana, nata prima della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e ancora da attuarsi nella sua totale pienezza. La sua missione è quella di dare a comuni cittadini – e non giuristi – uno strumento per comprendere il perché delle regole. “Se i cittadini non comprendono il perché delle regole – si legge a pagina 8 – costoro tenderanno ad eludere le norme quando le vedono faticose e a violarle quando non rispondono alla loro volontà”. Il libro inizia con la descrizione di un paese immaginario, ma non troppo. Nel quale non si parla – come invece si potrebbe pensare – di mafia, morti, sangue. Bensì di quotidianità: quella che viviamo tutti, senza se e senza ma, quella fatta di vigili urbani che anziché controllare un negozio e la sua effettiva onestà nei confronti del cliente, se ne escono con in mano un bel pacco di prosciutto gratis. O ancora: di un paese nel quale un ispettore del lavoro  scambia bustarelle per non ottemperare al suo obbligo di multare chi non rispetta le regole per la garanzia della sicurezza sul lavoro. Di un medico che allunga le “vacanze” ad un dipendente comunale malato. La descrizione sconcerta: non tanto perché eclatante, quanto perché quotidiana. Il viaggio di Colombo si staglia, come già detto, sulla differenza tra società verticale – fatta in maniera gerarchica che vede la persona come uno strumento a seconda della posizione – e quella orizzontale che fonda la sua forza su questo postulato: “L’umanità non vive – si legge a pagina 48 – non si emancipa, non progredisce attraverso la selezione, ma prestando attenzione a ogni suo componente”. O ancora: “L’esclusione dei diversi non farebbe che rallentare o addirittura impedire uno sviluppo armonico della specie umana”. Nella società orizzontale – a differenza di quella verticale – ogni persona è dignità e valore. E mentre nella società verticale, la strumentazione dell’umanità porta inevitabilmente all’esclusione della persona che non è utile, perché in qualche modo non perfetta per un determinato scopo, nella società orizzontale “i diritti sono garantiti a qualsiasi membro della società senza alcuna eccezione”. Da una parte i diritti vengono assegnati a seconda della nascita gerarchica, a seconda dell’utilità. Dall’altra, i diritti vengono e nascono prima di tutto. Per arrivare a tutto questo, la società necessita di grandi organizzazioni complesse che le permettano di formarsi e progredire. I due postulati della società orizzontale sono A) il riconoscimento dei diritti fondamentali e B) l’uguaglianza di fronte alla legge, mentre la società verticale vive sulla dicotomia A) separazione B) annientamento.
Attraverso un excursu storico di tutto rispetto, Colombo analizza la dinamica del tempo, la legalità, pratiche come la pena di morte e la tortura, arrivando a dare spiegazioni sociologiche ed etimologiche importanti e affascinanti:
La parola giustificare costituisce da sempre il riferimento per giustificare il contenuto delle leggi”.
La regola è l’altra faccia della convivenza, sono due lati della stessa medaglia”.
Le istituzioni siamo noi, e una prima risposta riguarda il comportamento degli individui, dei singoli cittadini che le istituzioni rendono vive.
La conclusione è quanto meno affascinante e invita chiunque a non cedere alla comodità, bensì invita ogni lettore a ragionare e ad affrontare la regola non come una semplice imposizione, bensì come un testo da scoprire e comprendere:
E’ il percorso, non il traguardo, a riempire la persona del proprio valore e della propria dignità. Tutti noi siamo sul percorso, dipende da ognuno di noi dove questo ci porterà”.