sabato 6 novembre 2010

I miei cinque giorni in ospedale: racconto sconnesso



I miei cinque giorni di ospedale. Era la prima volta. La prima volta che mi capitava di vedermi assegnato un letto, di raggiungerlo grazie a “Barreto”, un Operatore sanitario peruviano molto gentile. Era la prima volta che dovevo dormire da sola, vicino ad un campanello, lontano forzatamente dalla mia camera e dal sonno leggero della mia mamma. L’asma, il problema.

Affermo da subito di non voler mancare di rispetto a nessuno, tanto meno alle persone che con la malasanità hanno lasciato e perso qualcosa di importante. Però, non vedo perché non raccontare un’esperienza che nella sua tristezza – perché l’ospedale, anche se non hai un granché di malattie, rimane triste – è stata comunque un’esperienza positiva.

Sono stata ricoverata cinque giorni all’ospedale di Carate Brianza per una crisi asmatica molto forte. Sei ore in Pronto Soccorso a fare la flebo di cortisone e non so che. Non so che, perché quando vai in ospedale e stai male prendi le medicine che ti danno. Ti dimentichi del dolore che provi quando un ago ti buca il polso per il prelievo arterioso. E accetti qualsiasi cosa: purché tu possa tornare a respirare come prima. La mancanza di respiro non è una cosa a cui ti abitui: non è un dolore. E’ la costante sensazione e soprattutto la ferma paura che quel respiro sia l’ultimo. Che ti si annebbi la testa. Anche se sai che non stai tirando le cuoia, la sensazione è quella. E l’asma è sensazione, paura, terrore e voglia di star bene.

Al pronto soccorso arrivo sempre sulle mie gambe: entro nella piccola reception e dico sempre le stesse cose: “Ho una crisi asmatica in corso. Non ho il tesserino sanitario, ma sono una paziente nota. Ho già preso Ventolin, Aliflus e ho preso mezza pastiglietta di Deltacortene. Luca, sei tu? Meno male”. Luca è l’infermiere che spesso ho trovato nelle tante volte che mi sono recata al Pronto Soccorso di Carate. Che fin quando ero più piccina, mi consolava quando non volevo fare il prelievo e mettere la flebo. E che anche adesso che sono più grande fa lo stesso. Con tanta pazienza.

Entra” mi dice.
Il codice è “giallo urgente”. Dopo di questo, c’è il rosso: che significa pericolo di vita. Mi visitano e dico ancora e sempre le stesse cose: “Va che io svengo!”. “Allora ti tiro su le gambe!” risponde la gentile infermiera. “Eh, no” rispondo io… "se mi metti con le gambe all’aria non respiro più”. Capisco di farli impazzire e chiedo subito scusa con il sorriso. A star lì, io sto già più serena.

Dopo la flebo, mi misurano la saturazione dell’ossigeno e sta nettamente sotto la soglia: “La ricoveriamo signorina!”.

Va bene” dico io. E che dovevo dire? Lasciatemi andare a casa? Che mi curino. Ironia della sorte: la mia migliore amica Marta era anche lei in ospedale poichè puerpera di pochi giorni.

Nel reparto di medicina dell’Ospedale ho trovato di tutto: piccoli anziani che se ne andavano da questa vita nel giro di pochi minuti, i becchini che se li venivano a portare via, un ex vigile urbano con la sacca del sangue che camminava avanti e indietro pur di non stare in quel letto. Tanta gente che mi veniva a trovare: chi mi ha portato le pizzette, i biscotti, la coca cola. Il proprietario del bar dove di solito vado a fare l’aperitivo mi ha mandato dei biscotti burrosi buonissimi. Alla festa di ognissanti, nella mia stanza c’erano dieci persone: pioveva, non c’era niente da fare e allora….tutti a trovarmi in una festicciola davvero originale. I tubi nel naso, i Volontari dell’AVO che mi portavano il purè anche se non lo avevo ordinato, la camomilla prima di andare a letto, il prete che ride se gli dico: “Padre, spero non sia qui per me!”. Il segno della croce prima di andare a letto. Il misuratore della pressione. Il dottore al mattino presto, il prelievo dalla mano. Ho mangiato bene: mi spiace sfatare un luogo comune. Passi che a me hanno insegnato a mangiare quasi tutto e, soprattutto, a non avanzare niente nel piatto. Ma la ragazzina di fianco a me: 23 anni, al terzo figlio, alla terza trombosi, di origine rumena, continuava a dire “che schifo!” a tutto. Non è possibile: ridendo, pensavo “E’ pure gratis e quando hai finito non è come al Mc Donald. Ti vengono pure a ritirare il vassoio e alla domenica c’è anche la torta”. Insomma, sono stati giorni di umore altalenante, perché l’ospedale butta giù il morale e il fisico. Ma mi hanno curato. Giampiero dell’AVO – un single di 77 anni – mi ha detto: “Anch’io sono asmatico. Ricordati: che di asma si soffre. Ma non si muore”. Meno male, vien da dire. Una vecchina, quando l’ho salutata mi ha detto: “Vai a casa? E quando torni?”………….

Ora sono a casa e, forse, ho oltrepassato la paura degli aghi. Ma la cosa più bella è stata la mia amica Lidia: “E adesso cosa faccio che non devo più venirti a trovare in ospedale?”.

Un grazie a tutti.

2 commenti:

  1. complimenti per il coraggio che hai avuto nell'affrontare una situazione difficile e il candore con il quale ha raccontato i lati belli in un momento brutto.
    diego colangelo

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  2. ALESSIA COLOMBO24 novembre 2010 08:15

    BELLA SANDROCCHIA!

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